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Parlare di morte con i propri figli: risultati di una indagine



I bambini credono che i grandi sappiano tutto fino al giorno in cui, ponendo delle domande sulla morte, si rendono conto che gli adulti o hanno paura d parlare della morte, o se dicono la verità, non sanno niente…

I bambini capiscono che è buffo vivere, poiché nessuno capisce cosa vuol dire vivere.

Adorano ciò che è misterioso, ciò che non si può toccare, ciò che non si può capire, e ciò che non si può capire è loro amico, diventa loro amico, credo.


Nella nostra cultura la morte uno degli ultimi tabù rimasti, un argomento del quale si tende a non parlare e che suscita emozioni negative in un continuum molto vario che parte dal semplice imbarazzo sino ad arrivare all’angoscia più profonda. Don Ciotti nella sua postfazione al bel libro di M. Varano, Come parlare ai bambini della morte e del lutto, ci ricorda quanto il rapporto tra la società e la morte sia oggi profondamente mutato con l’abbattimento della mortalità infantile e l’allungamento della vita: la morte è stata espulsa, allontanata, accantonata. Ce ne dobbiamo occupare se capita. Agli inizi del secolo scorso il tabù era la sessualità, mentre la morte era parte integrante della vita: quando moriva il nonno si stava insieme, si partecipava tutti ai riti di congedo permettendo così anche ai più piccoli di partecipare al lutto ed elaborarlo. Oggi c’è molta più confidenza con i tempi della sessualità, ma c’è un silenzio totale riguardo la morte. Se manca il nonno, ma in realtà anche se muore il cagnolino, mancano le parole per dirlo, si cerca di evitare al bambino l’incontro con la morte, anche solo come vocabolo. Siamo noi adulti i primi a bandirla dai discorsi in presenza dei bambini perché siamo convinti che strida con la spensieratezza che attribuiamo all’infanzia.

Mentre si fa di tutto per rimuovere la morte dalla nostra esistenza, la morte è costantemente presente nel mondo mediatico. Spesso i bambini affrontano in totale solitudine nei contesti virtuali, immagini di morti violente, guerre, distruzioni ambientali: una morte spettacolarizzata, ma che è lontana da noi. Le anticipazioni di morte che ci giungono lungo il corso della vita sono una pedagogia del vivere: accompagnare bambini e adolescenti ad accettare la morte ed il lutto, come parti integranti o fasi della vita, è diventato uno dei compiti più emotivamente complessi per i genitori e per gli insegnanti.

Per cercare di sostenere i genitori in questo compito complesso ho cercato di comprendere le loro emozioni, i loro pensieri rispetto al tema dell’educazione al lutto. Ho scelto così di costruire e somministrare un questionario: hanno risposto 82 genitori con figli di età compresa tra 1 e 17 anni.




Come si può osservare dai grafici fig. 1 e 2 il 72% dei figli degli intervistati ha già avuto una esperienza di lutto e l’85.4% ha posto domande di vario tipo sulla morte. Questo dato conferma quanto riportato in letteratura e cioè che i bambini, nella propria ricerca di conoscenza e di significato del mondo, si pongono (e rivolgono ai grandi!) moltissime domande esistenziali. Il tema della morte è uno dei temi che li incuriosisce di più: dove si va quando muori? Ma sottoterra come fa a respirare? E se ha fame?

Il 40,2% dei genitori sostiene di aver risposto in modo chiaro e concreto, mentre il 47.6% ha dichiarato di aver risposto ricorrendo a perifrasi, ad un linguaggio un po’ evasivo (ci guarda da lassù, è volato in cielo, è diventata una stella). Il 4.9% dei genitori ha cercato di rimandare la conversazione ad altri momenti, il 2.4% non ha riposto perché non trovava le parole adatte.

Ho cercato di indagare come i genitori si sono sentiti nel rispondere alle domande sulla morte dei figli. Il 50% riferisce di essersi sentito tranquillo, mentre il 19.5% ha avvertito preoccupazione, timore di poter turbare il figlio, sempre il 19.5% ha provato tristezza (vorrei che mi*figli*fosse sempre felice). Sono emersi anche sentimenti di inadeguatezza dovuti al non sapere bene cosa dire (9.8%) e imbarazzo (2.4%). Il 30.5% dei genitori preferisce rimandare le conversazioni sulla morte al momento in cui sarà necessario o quando i figli faranno domande, il 3.7% ritiene che la vita sia già complessa e densa di sofferenze e che non sia necessario “anticiparle”. La maggioranza degli intervistati risponde che nelle proprie famiglie si parla di morte e di perdita ma che vorrebbero avere più strumenti per sostenere i propri figli. Il 72% dei genitori (grafico fig.3), infatti, ammette di non conoscere il modo in cui nelle diverse età viene affrontata e compresa la morte e il 92.7% ritiene possa essere utile un percorso di sostegno e di educazione alla finitudine della vita perché possano poi essere in grado di supportare i propri figli.

Grafico fig.3



Nel ricordare la propria infanzia Dolto racconta la propria perplessità di fronte ai limiti della vita. Diceva a se stessa “bisognerà comunque che lei mi dica cosa c’è dopo la morte”. Pose la sua domanda alla maestra: fu molto sorpresa nel vedere che la maestra non aveva niente da dirle in proposito e che un adulto, saggio quanto lei, non sapesse niente del mistero della morte.

Questa domanda appassiona molti bambini, se la tengono dentro. Spetta a noi adulti non lasciare che svanisca, ascoltarla, inquadrarla in modo che non diventi fonte di eccessiva preoccupazione o, peggio, angoscia.

“La necessità di un’educazione alla morte è fondamentale per avere della vita un’esperienza piena e gratificante", l’educazione alla mortalità dovrebbe accompagnare l’individuo durante tutto l’arco della vita. E ‘un atto di prevenzione perché occorre ricordare quando si educa che la vita “è contrassegnata dal senso del limite, che ne colora ogni esperienza”. Per questo non bisognerebbe intervenire solo quando si sta vivendo una perdita, ma quando l’evento luttuoso non si è ancora presentato. Gli argomenti difficili andrebbero affrontati nei momenti sereni dialogando in modo progressivo, graduale, calmo permettendo di assimilare i concetti, lasciar galleggiare i suoi pensieri che diventeranno domande.

[1] Dolto F., Enfances, Edition du Seuil, 1986 [2] Arènes J., Dimmi un giorno morirò anch’io, Ed. Ma.Gi; 2000 [3] Ronchetti F., Per mano di fronte all’oltre, Ed la meridiana; 2012 [4] Pangrazzi A., Aiutami a dire addio, Erickson, 2002

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